Qatar/Sardegna - Conoscere il globale per capire il locale

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L'Affaire San Raffaele

Un’operazione di marca colonialistica
Claudia Zuncheddu per la rivista La Collina (anno VIII, n° 3; luglio-settembre 2015)

Nei processi di espansionismo economico e di dominio del genere umano non sempre le guerre sono l’arma vincente. L’emirato del Qatar, che vanta una popolazione di poco superiore a quella sarda ma una economia che cresce al ritmo del 10% annuo, un PIL di 180 miliardi di dollari e un Fondo sovrano di 60 miliardi, oggi si pone come forte interlocutore economico, non solo nella sponda sud del Mediterraneo ma in Europa e nel mondo. 

L’Emirato investe sulla propria immagine a livello internazionale, radicandosi con forti investimenti finanziari all’interno di altri Stati e senza mai disdegnare gli affari di guerra e di supporto al terrorismo djihdista. Il Qatar si è ritagliato un ruolo importante nei processi di destabilizzazione degli Stati, per poi come dice Obama, disegnare un nuovo ordine mondiale.
Con i Fondi sovrani acquista le isole Echinadi in Grecia. Dopo le Primavere arabe investe in Egitto e in tutto il Maghreb, con una predilezione per la Tunisia destabilizzata e in forte difficoltà economica. Ma la sua benevolenza e le ingerenze dell’Emiro nella vita politica del Paese, tanto da finanziare il partito islamista moderato Ennahda, che è stato al potere alla fine della Primavera dei gelsomini, è tale da scatenare ribellioni popolari. La mancanza da parte dell’UE di una seria politica internazionale nella sponde sud del Mediterraneo, dal Maghreb alla fascia subsahariana, specialmente nella fase di costruzione di nuove democrazie, ha fatto sì che il Qatar , si proponesse come forte interlocutore economico e nuovo colonizzatore.
Il ruolo del Qatar tra i finanziatori del terrorismo internazionale di matrice islamica, non solo è noto, ma al di là dell’ipocrisia di maniera, è anche funzionale alle cosiddette democrazie occidentali. Ne è un esempio la questione Libica. L’interesse del Qatar per la Libia di Gheddafi ha coinciso con interessi di stati europei e dell’America, non solo per il controllo delle risorse ma per la destabilizzazione del Paese con la stessa eliminazione fisica di Gheddafi, leader garante di stabilità nel mondo arabo, mentre ha prevalso la destabilizzazione del mondo per poi riorganizzalo su nuovi criteri di dominio.
In Libia il terrorismo internazionale si è unito a Governi europei, all’America di Obama e al Qatar. L’Emirato gioca un ruolo importante in quanto finanziatore principale di tutti i gruppi, da Al Qaeda a Isis, con varie diramazioni in certi casi anche di matrice tribale. Solo in un secondo tempo gli aiuti ufficiali del Qatar non vanno più agli alleati locali degli occidentali, ma ad una coalizione di forze islamiste tra Fratelli musulmani, salafiti e terroristi di spicco come Abdelhakim Belhadj.
Il Qatar, alleato degli USA, ospita la più grande base militare americana del Medio Oriente e la base Al Udeid con aerei e personale americano e britannico.
Non c’è aria di pace in Libia né in Siria se il Qatar continua a sostenere Jabhat al Nusra, diramazione diretta di Al Qaeda e organizzazioni terroristiche come Ahrar al Sham, particolarmente interessata alla creazione di un Califfato islamico, tanto da sollecitare l’alleanza tra Jabhat al Nusra e Isis.
E’ così che vanno letti i rapporti di amicizia e di affari internazionali di Al Thani con Sarkozy e con Obama, nonché il tradimento a Gheddafi da parte di Sarkozy.
Dopo la Libia i processi di destabilizzazione, seguendo l’itinerario delle risorse coinvolgono Stati subsahariani come il Mali. L’Azawad, terra storica di permanenza di tuareg e di altre etnie arabe e sahariane, è una vasta regione nel cuore del Sahara che in questi anni è divenuta uno dei teatri di guerra su cui l’occidente ha colpevolmente taciuto, e spesso disinformato, per i propri fini. La Ribellione Tuareg esplosa nel 2012 contro il Governo del Mali, accusato di non rispettare gli antecedenti accordi di pace che prevedevano investimenti per lo sviluppo dei propri territori, si complica per l’infiltrazione in quelle aree di gruppi di fondamentalisti di matrice islamica.
La lotta laica dei tuareg, che ambiva all’autodeterminazione e all’indipendenza dell’Azawad come via per il superamento della crisi economica, è stata infiltrata e contrastata da gruppi legati ad Al Qaeda (Aqmi per il Maghreb islamico, Mujao, Ansar Dine), ben supportati finanziariamente anche dal Qatar, che in nome della Legge islamica hanno permesso a questi banditi di mettere a ferro e fuoco l’Azawad. I Tuareg, senza alcun appoggio economico esterno, si sono ritrovati stretti in una morsa tra truppe governative maliane da una parte e djihadisti armati e ben finanziati dall’altra. Le democrazie occidentali, che dopo l’11 Settembre s’impegnarono a combattere il terrorismo su scala mondiale, di fatto hanno ignorato questa situazione geopolitica, abbandonando i Tuareg e lasciando che i terroristi destabilizzassero questa parte del Sahel con costi altissimi per i popoli coinvolti.
Il Subsahara sotto il controllo degli djihadisti è divenuto terra di traffici internazionali di armi, di droga, di esseri umani. Gli unici mezzi che nel pieno del conflitto circolavano incontrastati, erano quelli del Qatar, non di certo a sostegno dei Tuareg. Infatti, in una nota ufficiale Iyad Ag Ghali, leader di Ansar Dine (organizzazione legata ad Al Qaeda), dichiara di essere stato contattato da diplomatici del Qatar presenti nella regione, i quali avrebbero chiesto di concedere alle loro società petrolifere nazionali la possibilità di effettuare esplorazioni in cambio del riconoscimento dell’indipendenza dell’Azawad. Ma a Ag Ghali poco importava dell’indipendenza (ambita dai Tuareg), lui era interessato a imporre la Sharia.
Si è di fronte a una guerra finanziaria mondiale. Gli interessi delle multinazionali e dei governi che esse controllano non hanno colore, né religione, né ideologia. Essi non conoscono frontiere né le sovranità dei singoli Stati.
Secondo le mire di Obama, per il controllo delle risorse è necessario disegnare un nuovo ordine mondiale, ma ciò implica dinamiche di sconvolgimento globale e di guerre locali ammantate anche da ragioni pseudoreligiose, generando fame, disperazione e inducendo i popoli a fuggire. Sono le stesse strategie del terrore che volutamente rendono i cittadini occidentali più insicuri e vulnerabili. Il problema della destabilizzazione degli Stati nazionali, delle nuove migrazioni e del dramma umano e politico nel Mediterraneo, sono in gran parte il frutto di queste logiche internazionali.
E’ in questo quadro che vanno interpretate le attuali politiche espansionistiche e il colonialismo economico da parte di certi Stati e il ruolo del terrorismo internazionale.
Il Qatar, dopo essersi affermato nell’area mediorientale, marca la sua presenza nel Mediterraneo e approda in Europa. L’emiro Al Thani, grazie all’amicizia con Sarkozy, inaugura l’escalation di investimenti in Francia con l’acquisto della squadra di calcio Paris Saint-Germain, la Compagnia petrolifera Total, le case editrici più prestigiose, gli alberghi più lussuosi, il colosso Luis Vuitton, multinazionali, etc. Arriva persino a stanziare fondi di investimento per le banlieus, le periferie delle città francesi popolate principalmente da arabi. Ma l’esuberanza dell’emiro è tale da creare delle diffidenze nel mondo politico francese. La destra di Le Pen, intravede in modo non del tutto infondato, una minaccia islamica e ancor più un’indipendenza nazionale a rischio o a sovranità limitata.
Se il Qatar ambisce ad annoverarsi nella futura élite economica in Europa, in virtù del fatto che gli idrocarburi andranno ad esaurimento, per cui vede nella diversificazione degli investimenti le sue ricchezze future e il suo prestigio, è altrettanto vero che non si può non pensare alle future elezioni democratiche e alle potenzialità di controllo politico da parte del Qatar e del mondo arabo, nella politica francese ed europea. La Tunisia ne è già un laboratorio ed una vittima.
L’accumulo di partecipazioni in banche occidentali, con investimento diretto del Fondo Sovrano e l’acquisizione del 6% del Credit Suisse, oltre alle sue quote nella Agricultural Bank of China e nel Bank of America, rientrerebbe in queste logiche. Così come l’acquisizione da parte della famiglia reale del 6% della Deutsche Bank, attraverso la società di investimento Paramount Services Holding, direttamente controllata da Al Thani.
In Italia, l’Emiro acquisisce l’intera proprietà del complesso di Porta Nuova a Milano, rileva il 60% dell’Unipol, investe in maison di moda, da Gucci, a Bulgari, a Valentino, in immobili da trasformare in luoghi di culto e di scuole coraniche. Ma molti degli affari italo-qatariani sembrerebbero vincolati alla buona riuscita dei propri investimenti in Sardegna.
Il Qatar mette piede in Sardegna con l’acquisto della Costa Smeralda. Nella capitale degli “affari e anche di malaffari”, Olbia, l’emiro si trova a suo agio. S’innamora dell’ospedale San Raffaele, simbolo degli scandali di don Verzé.
Si innestano pressioni dell’Emiro sui Governi italiani e sulla Regione Autonoma della Sardegna, per concludere l’affaire qatariano che Renzi accelera.
La classe politica sarda, oggi con Pigliaru e ieri con Cappellacci, arriva addirittura a contendersi la paternità della più grande operazione coloniale italo-araba in Sardegna, con l’assenso di forze indipendentiste presenti nell’attuale Consiglio Regionale.
Questa operazione immobiliare e finanziaria è una perdita secca in termini monetari, visto che, nel rapporto costi/benefici per i sardi, prevalgono solo i costi.
La Qatar Foundation dispone di un miliardo e duecento milioni per un investimento immobiliare nell’Isola, da dilazionare in 10 anni. Mentre chi sponsorizza l’affaire, omette colpevolmente che la Sardegna perderà oltre 500 milioni in 10 anni, soldi distolti dalla sanità sarda e destinati all’organizzazione e al funzionamento dell’ospedale privato qatariano.
Nella sanità sarda già regna una grande confusione di ruoli e di competenze. Strutture pubbliche di eccellenza sono a rischio di chiusura e strutture private (Mater Olbia, ex San Raffaele) si aprono con un forte impegno di finanziamenti pubblici, creando doppioni inutili e costosissimi come la cardiochirurgia e la neurochirurgia (che nel Mater Olbia prevedono due posti letto per ciascun reparto), in concorrenza con le eccellenze pubbliche già esistenti nell’Isola. I dieci posti letto in oncologia non risolveranno i viaggi della speranza dei malati sardi.
L’affaire Mater Olbia implicherà lo scombussolamento del piano sanitario regionale e della razionalizzazione dei posti letto nell’Isola, alti costi in termini finanziari, disservizi in tutta la sanità e il pericolo di chiusura di presidi sanitari esistenti che garantiscono i servizi anche nei territori limitrofi e più disagiati.

La promessa dell’Emiro di cento posti di lavoro per la ricerca su diabete e talassemia, con un programma di informazione sanitaria nelle nostre scuole, è umiliante per l’istituzione Regione Autonoma della Sardegna e per tutti noi.
Si svilisce l’altissimo livello scientifico di alcuni ospedali come il Microcitemico di Cagliari, sede storica della scuola dello scienziato Antonio Cao. Un centro d’avanguardia clinica e polo di ricerca di eccellenza riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità condannato a perdere ogni sua specificità di eccellenza e a morire lentamente per la scarsità dei finanziamenti e per la miopia della politica sanitaria della Regione Sardegna. Il Microcitemico, che ha consentito di curare i nostri talassemici allungandogli la vita, perderà il riconoscimento di Centro di eccellenza dell’OMS e con esso la partecipazione ai protocolli clinici sperimentali.
Mentre la classe politica locale esulta per la chiusura dell’affaire, si preannuncia che il patrimonio immobiliare del Mater Olbia sarà di proprietà della Qatar Foundation mentre nascerà una società con diversi partner commerciali, fra cui la Regione Sardegna, che dovrà assumersi l’incombenza di far funzionare l’ospedale e il centro di ricerca.
Un’operazione che dice molto più sulla salute politica delle nostre istituzioni locali e dello dello Stato italiano, che sull’Emirato affarista.

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