Il cinismo dello slogan elettorale "ora tocca a noi" che cinque anni fa scuoteva Cagliari

Il cinismo dello slogan elettorale "ora tocca a noi" che cinque anni fa scuoteva Cagliari

FOTO-ROBERTO-PILI

 

Articolo di Claudia Zuncheddu - il Manifesto Sardo del 1 Aprile 2016

 

Nella storia sarda Cagliari, pur essendo uno dei Giudicati, è stata la capitale di chi di volta in volta ha dominato la Sardegna e l’ha incoronata come tale. La città è stata nei secoli estranea e spesso antagonista agli interessi e alle aspettative dei sardi che là non vi abitavano, addirittura in molti casi consumava e parassitava le stesse risorse economiche dei territori limitrofi. Il ruolo di roccaforte militare e di centro del potere politico prevale su tutti gli altri aspetti fino alla fine dell’800, quando incomincia a farsi strada la prima borghesia mercantile che in alcuni casi, ancora oggi, gestisce parte dei flussi economici della città.

Il ruolo di Cagliari Capitale, che è tutto da ridiscutere e riempire di nuovi contenuti, ridefinendo il rapporto tra le città, le campagne e il resto dei territori sardi, acquista un’ulteriore valenza quando la città diventa la sede della Regione Autonoma della Sardegna e dei suoi Uffici amministrativi. Questo dato, anche da un punto di vista delle politiche urbanistiche, dei trasporti e della stessa viabilità e vita quotidiana dei cittadini, condiziona il tessuto produttivo, sociale ed economico della città, nonché la sua stessa espansione visto che, in questi ultimi decenni con il crearsi di nuove autonomie comunali, lo stesso territorio cagliaritano è venuto a mancare.

Cagliari vive la contraddizione di essere una città al servizio e con i servizi pubblici per tutta la Sardegna e nello stesso tempo è priva dei servizi tipici di ogni grande città per i propri cittadini e per l’hinterland.

I fenomeni di immigrazione verso Cagliari dal dopoguerra ad oggi, hanno condizionato lo sviluppo urbano e negli ultimi decenni sono stati tra le cause del suo stesso spopolamento. I costi insostenibili delle abitazioni e dei servizi inesistenti, per diversi strati sociali, per le nuove famiglie e giovani coppie, per gli anziani, nonché per gli studenti, hanno fatto sì che si creasse verso l’hinterland un contro-flusso di nuova migrazione. Queste risorse umane, intellettuali e sociali, da inserire all’interno del tessuto della città storica, da Marina a Castello, a Stampace, sono state interpretate come pezzi di società da allontanare dal centro urbano in quanto non appetibili per il mercato immobiliare e della speculazione.

Queste dinamiche non possono essere risolte con la promessa Città Metropolitana, anzi, sicuramente sono destinate ad acuirsi. La Città Metropolitana, già nata male sulla carta con “figli e figliastri”, un’affaire sempre più dominato dalle bramosie di potere e della politica, che viola il nostro Statuto Speciale di Autonomia e la stessa Costituzione italiana.

La Città Metropolitana che si delinea, anziché partire dai reali problemi ed esigenze di ogni singolo comune, diviene oggetto di spartizione del potere per i partiti politici. Tradendo ogni nobile ispirazione, essa si prospetta come nuova “torta politica da spartire” che al di là delle referenze, premia solamente alcuni comuni (17 su 71).  Degli esclusi, c’è chi pagherà il prezzo della discriminazione, chi invece potrà vantare qualche privilegio per pochi intimi, in cambio del silenzio e della connivenza di qualche amministratore locale.

Oggi gli Uffici dell’Urbanistica dei singoli comuni dell’Area Vasta non dialogano tra di loro e ancor meno esiste una volontà e un piano collettivo condiviso e utile a tutti i comuni dell’hinterland. La Città Metropolitana, così gestita dal sistema corrotto dei partiti, non è altro che uno specchietto per le allodole utile alla conservazione del potere dei soliti noti. Sono le alchimie nate nei Palazzi cagliaritani della Regione Autonoma della Sardegna o paracadutate direttamente e in modo acritico da Roma, alchimie legate di volta in volta alle esigenze della casta politica dominante, e come tale estranee ai bisogni dei nostri territori.

E’ su queste logiche che si costruiscono muri che dividono le strade, i cittadini e i quartieri dei comuni limitrofi. Un’urbanistica condivisa e al servizio dei cittadini non deve costruire muri ma ponti di incontro per risolvere i problemi e per amministrare in modo virtuoso il territorio.

Bisogna partire dai bisogni dei cittadini, dei quartieri, dei nostri giovani, degli inoccupati, dei disoccupati, degli studenti, delle imprese, dei nostri artigiani, degli operai delle nostre attività produttive, dall’Università come fabbrica della cultura, dai nostri artisti come protagonisti di un nuovo rinascimento culturale cagliaritano e sardo, dai nostri immigrati, a prescindere da tutti quelli che chiedono una società equa e solidale dove nessuno deve sentirsi escluso e che il diritto di cittadinanza e al lavoro, a una vita dignitosa sia garantita per tutti.

Questi temi richiedono una complessità di approcci e di studio indispensabili per dare risposte concrete a breve, a medio e a lungo termine a tutte le esigenze dei cittadini e delle categorie sociali che essi rappresentano.

Cagliari è una città stremata, abusata e abbandonata ma sempre più contesa dalle bramosie dei blocchi dei partiti italiani (e dintorni) che l’hanno amministrata sino ad oggi. Essa necessita di un programma che rompa con i riti della politica di centro destra o di centro sinistra, con gli interessi dei soliti noti, con gli interessi trasversali della casta politica. Un programma che deve avere come missione questa complessità e questa voglia di rottura con un passato di esclusione per la maggioranza dei cittadini, in modo tale che la città ritrovi la propria identità storica, sociale e culturale.

Questo oggi chiede la gente.  Contare, determinare e condividere le scelte della politica. Politica intesa come risoluzione dei problemi collettivi, includendo e non escludendo, e non politica come risoluzione dei problemi personali, di piccoli gruppi, di caste, di carriere.

All’interno di questo discorso assume un ruolo fondamentale il Comune, non più visto come notaio del benessere o del malessere della città, ma come nuovo motore d’impresa. Motore d’impresa nel sostenere e moltiplicare le attività produttive legate ai vari tessuti sociali, ma esso stesso impresa nel senso della gestione di tutti quei servizi, specialmente quelli legati al sociale, ai bisogni dei cittadini e alla manutenzione e costruzione delle reti, che con l’esternalizzazione, oggi sono esclusivamente in mano ai privati creando profitto solo per essi.

Il Comune può essere un momento di partecipazione popolare, di decisione nell’interesse della cittadinanza, di soluzione condivisa delle criticità e delle problematiche e della stessa normalità della vita quotidiana.

Al di là dei recenti interventi di “estetica” alla faccia borghese della città, un’amministrazione virtuosa tutela il diritto alla salute della cittadinanza, attraverso scelte nette ad esempio su Inceneritori, Saras, Ecocentri (di tipologia B). L’aria di Cagliari è inquinata. Aumentano le malattie e i tumori anche in età pediatrica. Il sindaco uscente risponde appoggiando le attività del Cacip, della Saras e creando pericolosi Ecocentri di tipologia B, a ridosso dei quartieri più popolati contro la normativa europea e regionale.

Sulla piaga ancestrale dell’occupazione, il lavoro è per pochi intimi, “gli unti del signore” su cui vegliano i Palazzi del potere di Via Roma. Dal Comune all’Agenzia Regionale del Lavoro, quel diritto dicono, “è cosa nostra”.  

Mentre con l’economia della città soccombono cittadini, imprenditori e imprese, chi amministra, di riappropriarsi delle attività produttive tradizionali, dalle saline al porto di Cagliari, non ne vuole sentire. Ma il nostro parco di Molentargius non può vivere se non vivono le saline e se non riprende la produzione del sale, specialmente di quello pregiato, come già sta avvenendo in molte parti d’Italia e d’Europa.

Il commercio muore strangolato dalla grande distribuzione ma chi amministra risponde promuovendo, chissà per quale maleficio, nuovi centri commerciali.

Questo è il senso cinico dello slogan che cinque anni fa scuoteva la città “ora tocca a noi”, ma a far che e per conto di chi? Oggi è tutto chiaro.

Claudia Zuncheddu 

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