Azawad. Il jihadismo uccide i Tuareg e il mondo tace

Azawad. Il jihadismo uccide i Tuareg e il mondo tace

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Il Manifesto sardo

16 Aprile 2017

Claudia Zuncheddu

Fadimata Walet Oumar, personaggio di spicco della tribù tuareg del Kel Ansar, leader del noto gruppo musicale dei Tartit e delle donne dei campi profughi del Burkina Faso, ci annuncia la morte del suo giovane fratello Abdoulaye Ag Oumar, capo villaggio di Gargando (a sud-ovest di Timbuku) e direttore della scuola di Tin Aguimine.

Abdoulaye è stato assassinato intorno alle tre del mattino del 06 marzo, da un comando terrorista non ben identificato, anche se nel villaggio si vocifera che si tratti di Aqmi (Al Qaeda per il Maghreb islamico). Con Abdoulaye vengono trucidati altri cinque giovani del CJA (Congresso per la Giustizia in Azawad), oppositori dell’Accordo di Pace e di riconciliazione tra il Governo di Bamako ed i tuareg, un Patto che paradossalmente non ripristina gli equilibri di pace nell’Azawad: vasta area del Sahara, tra il Nord del Mali, la Mauritania, l’Algeria ed il Niger.

Dopo l’Accordo di Pace di Algeri del 2015, tra il Governo del Mali e le formazioni politiche rappresentanti le varie etnie che lottano per una migliore condizione di vita e per l’Autodeterminazione dell’Azawad, continuano le tensioni e le violenze. L’Accordo di Pace, considerato dalle forze locali un Accordo “unilaterale”, mediato da rappresentanti di governi africani ed occidentali che nel nome della pace si contendono le ricche risorse di questa parte del Sahara, ha lasciato il vasto territorio e la sua popolazione in una condizione ambigua di non guerra e non pace.

Il Congresso per la Giustizia in Azawad (CJA), ex Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), che rappresenta la gran parte della tribù dei Kel Ansar e non solo, forte dell’appoggio della popolazione di Timbuktu è scesa in piazza qualche pomeriggio fa. Attraverso una marcia pacifica hanno espresso il proprio malcontento sull’applicazione dell’Accordo di Pace e di riconciliazione nazionale al governatore della Regione Autonoma di Timbuku, il quale dopo l’elogio allo spirito pacifico dei dimostranti, si è impegnato a trasmettere le rimostranze al governo di Bamako.

Il CJA, spacciato per essere un piccolo gruppo, di fatto è una grande forza socio-politico- militare che rivendica il diritto di essere integrato in tutte le strutture di attuazione dell’Accordo di Pace e di essere coinvolto nella vita politica delle sue Regioni autonome che fanno capo alle città sahariane di Timbuktu, Kidal e Gao. Ciò è possibile solo attraverso la sua integrazione all’interno delle autorità provvisorie del governo ad interim.

La sua esclusione e l’imposizione di autorità provvisorie da loro non riconosciute, come il caso di Boubacar Ould Hamadi, di Coordination des Mouvements de l’Azawad (CMA), formazione politica, parrebbe creata ad arte, come spesso avviene, per dividere il fronte dell’Azawad, ha portato inevitabilmente sino ai primi di marzo 2017, ad azioni di boicottaggio dell’insediamento del governo ad interim.

E’ dal 2012, anno dell’ultima rivolta tuareg contro il governo di Bamako, accusato di violare tutti i patti stipulati dall’indipendenza del Mali ad oggi, e di averli abbandonati ancora una volta ai drammi climatici, alla carestia e in balia delle scorribande del terrorismo jihadista, in violazione degli ultimi accordi di pace e di riconciliazione.

Le formazioni terroristiche: Aqmi per il Maghreb islamico, Mujao e Ansar Dine, frange di Al Qaeda, sovvenzionate ed armate principalmente dagli Emirati del Golfo e dall’Arabia Saudita, circolano incontrastate nell’Azawad seminando distruzione e morte tra i tuareg. In Occidente si è giusto parlato della distruzione di importanti monumenti storici di Timbuktu, tracce dell’antica cultura tuareg.

I Tuareg (che preferiscono essere chiamati Tamasheq e cioè uomini liberi) stremati dalla povertà e da una guerra impari, si appellano alle grandi democrazie occidentali perché si ripristini la sicurezza e si contrasti il terrorismo. Purtroppo inascoltati, continuano a subire violenze da parte di forze non sempre identificabili. Espropriazioni di beni, sequestri di persone e uccisioni, sono all’ordine del giorno.

E’ recentissimo l’attentato terroristico di matrice jihadista a Gao, con la morte di 60 persone e 115 gravemente ferite. Attentati di cui i media occidentali non parlano. Così come appaiono poco interessati ad interpretare la differenza tra la lotta dichiaratamente laica dei Tuareg per l’autodeterminazione e l’obiettivo del terrorismo jiadista teso ad imporre il “Jihad”, la legge islamica, come mezzo di omologazione e di controllo di interi popoli.

Tutto ciò avviene in una parte del Sahara particolarmente ricca di risorse del sottosuolo. Risorse assai appetibili per i cartelli e le multinazionali della globalizzazione, nonché per i governi di certi Stati che incoerentemente non esitano a sedersi ai tavoli degli Accordi di Pace, così come è avvenuto nel 2015 ad Algeri.

Noi dalla Sardegna violata ed impoverita, che da tempo intessiamo relazioni con il popolo Tuareg, auspichiamo che per l’Azawad, si mobilitino le coscienze di tutti i democratici del mondo, perché si apra un tavolo di mediazione fra il governo maliano e le varie etnie dell’Azawad, nel rispetto delle loro rivendicazioni. Auspichiamo che si ripristini presto la pace e si caccino da queste zone le ingerenze e le influenze del terrorismo jihadista e fondamentalista.

 

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