Dibattito su "zone franche" in Sardegna

Dibattito su "zone franche" in Sardegna

Consiglio della RAS

10/07/2013

Su mozioni e interpellanze riguardanti l'istituzione della zona franca in Sardegna

tracce del mio intervento

Sulla Mozione “Sardigna Libera-Sel”: sulle improrogabili scadenze per l’istituzione di zone franche in Sardegna

Questa mozione è nata da sollecitazioni da parte della società civile impegnata in questa battaglia. Noi abbiamo ritenuto doveroso presentarla con lo spirito di portare il tema irrisolto delle zone franche al centro del dibattito in Consiglio.

Sulla questione dell’istituzione della zona franca per la Sardegna, non è da oggi che forze politiche d’ispirazione identitarie e sardiste come il Psd’Az, se ne occupano, senza però riuscire a coinvolgere la maggioranza delle forze politiche isolane e arrivare ad una definizione strutturata. Il tema è piuttosto complesso e articolato: vogliamo parlare di “punti franchi”? di “zona franca”? di “zona franca integrale”… quella a cui aspira il P. Cappellacci? o come alcuni governi italiani hanno già proposto, di “zone franche urbane” più o meno vaste?

Quello di cui siamo certi è che la zona franca in quanto tale o comunque articolata o strutturata giuridicamente, non può essere la sola panacea dei mali della nostra economia, della situazione di sottosviluppo e della profonda crisi occupazionale; Ancor meno la classe politica sarda può far finta che il tema non esista, mettendo sotto la sabbia la testa e rendendosi ancora più complice della situazione neo-coloniale a cui siamo costretti come sardi.

Il P. Cappellacci ha sempre parlato, in questi ultimi tempi, stranamente in finale di legislatura, di zona franca integrale, tema che sicuramente avrebbe avuto un altro riscontro se fosse stato affrontato e sviscerato 4 anni fa, con ciò evitando la tipica esposizione mediatica da campagna elettorale.

Lo Statuto di Autonomia (vedi Art. 12) prevede l’istituzione in Sardegna di zone franche: nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme, Arbatax ed in altri porti ed aree industriali ad essi collegate o collegabili. La delimitazione territoriale delle zone franche e la determinazione di ogni altra disposizione necessaria per la loro operatività dev’essere effettuata, su proposta della RAS, ma ad oggi non risulta che il P. Cappellacci abbia assolto a questo doveroso e fondamentale compito.

Comunque si voglia affrontare il problema della zona franca, si pone il quesito: chi la governa e con quali regole? E all’interno di queste regole, quale ruolo decisionale ha la RAS? Siamo davvero padroni a casa nostra o nuovamente utili servi? Ancora una volta si pone il primato della scelta politica, della concreta gestione del potere in nome e per conto del benessere economico e sociale del nostro Popolo.

Bisogna essere in tutti i sensi padroni in casa nostra, ovvero la RAS deve legiferare e controllare in piena autonomia e sovranità. C’è il rischio che ancora una volta i sardi, come utili servi, cadano nelle mani di speculatori e colonizzatori di turno.

E’ noto il fatto che l’Europa non ha mai concesso la zona franca integrale a territori estesi quanto la Sardegna, né intende riconoscere lo status extra-doganale alla Sardegna. La richiesta del Presidente di una zona franca integrale, sposterebbe la Sardegna all’esterno del confine doganale europeo, al fine di non essere più gravata dal pagamento dell’IVA e delle ACCISE.

In teoria sarebbe una buona cosa, perché l’economia avrebbe un risveglio e quindi diminuirebbe anche la disoccupazione, se non fosse che la Sardegna, essendo in un regime di compartecipazione fiscale con lo Stato italiano, in questo caso dovrebbe rinunciare alle quote IVA maturate nella nostra Isola (pari a 9 decimi e quindi a circa 2 miliardi di €) e alle accise (pari a 700 milioni di €) dati riferiti per praticità alle Entrate del 2011, con una crisi economica internazionale sicuramente meno devastante di quella in corso.

Se è vero che questo potrebbe rimetterebbe in moto l’economia e il mercato del lavoro, aumentando il gettito legato alle imposte sul reddito delle aziende e dei cittadini, va anche verificato se tutto ciò è sufficiente a compensare la perdita di 2 miliardi e 700 milioni di Entrate. Per riequilibrare la perdita dovuta all’esenzione dell’IVA e delle accise, ovviamente le altre imposte: l’IRAP (800 milioni), l’IRPEF (2 miliardi) e l’IRES (600 milioni) dovrebbero garantire un incremento di 2 miliardi e 700 milioni di €., cosa assai difficile anche nelle situazioni di grande rilancio della nostra economia.    

Dallo studio di un giovane esperto, calcolando anche un fortissimo incremento occupazionale (fuori da ogni logica possibile), quindi con un gettito IRPEF molto elevato e un reddito derivante dalle imprese aumentato anche del 50% , l’ IRES e l’ IRAP aumenterebbero ma in una misura molto lontana dai 2 miliardi e 700 milioni di €., per cui sorge naturale la domanda: “chi paga realmente la zona franca integrale”?

Fra l’altro le basi giuridiche della zona franca, a partire dalla Costituzione italiana, alla convenzione Internazionale di Kyoto del 73, all’Ordinamento dell’Unione Europea, allo Statuto Speciale di Autonomia, non contemplano la c.d. “zona franca integrale” propagandata da Cappellacci. Non vorremo che il Presidente fosse confuso sul tema, visto che già bussò a porte sbagliate in Europa, rimediando sicuramente non una bella figura.

Ma il sospetto che il Presidente sia confuso emerge anche dal fatto che la sola cosa che avrebbe dovuto fare, non l’ha fatta e cioè “la delimitazione territoriale delle zone franche e la determinazione di disposizioni necessarie per renderle operative, su proposta della RAS, con separati decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”.    

Il dibattito sul rilancio della nostra economia, dovrebbe orientarsi verso soluzioni come agevolazioni o esenzioni fiscali per agevolare la soluzione dei problemi strutturali della nostra economia, a partire dal problema dei trasporti sia interni che esterni all’Isola. Come suggerisce un giovane sardo studioso di economia, si potrebbe pure abbattere con 200 milioni di € l’IRES (imposta sul reddito delle società) escludendo dalle esenzioni le imprese a forte impatto ambientale, richiamando così investimenti industriali ecocompatibili ed ecosostenibili.

Sui Costi e Benefici

Ciò che renderebbe vantaggiose le zone franche sono gli incentivi fiscali, ma bisogna definirli stabilendo se sono realmente efficaci. Non è difficile intuire come le zone franche possano aumentare l’onere fiscale dei governi, distorcendo ad esempio la direzione degli investimenti in aree sbagliate, o magari con riforme compiacenti, che si ripercuotono nella restante economia.

Il P. Cappellacci che tipo di zona franca e che tipo di incentivi intende adottare?

Perché a tutt’oggi manca un’analisi approfondita dei costi-benefici?

Visto che la Convenzione Internazionale di Kioto del 73, stabilisce come zona franca “…la parte del territorio di uno stato in cui le merci che vi sono introdotte, sono considerate come fossero fuori dal territorio doganale, per quanto attiene ai diritti e alle tasse d’importazione e non sono sottoposte agli usuali controlli dell’autorità di Dogana”, si pone il problema se la presenza di un “porto - zona franca” potrebbe spalancare le porte a lobby internazionali e alle mafie che vedono nella crisi un’opportunità di guadagni conseguenti al mercato unico.

Le Multinazionali puntano a operazioni di insediamento nei territori garantendosi attraverso deregulations sui temi del lavoro e dell’ambiente, il massimo profitto e la massima competitività.

Ciò per noi sardi comporterebbe un ulteriore impoverimento, oltre al fatto che gli sgravi fiscali che ridurrebbero il gettito fiscale della Sardegna, e le tasse non pagate dagli sgravi della zona franca ricadrebbero sui cittadini sardi, perché lo Stato italiano deve garantire il pareggio di bilancio imposto dall’Europa. Sul fronte occupazionale si creerebbe un nuovo schiavismo, i sardi lavorerebbero in deroga alle norme contrattuali, delineandosi così un “modello cinese” tanto caro e funzionale all’autarchia europea.

Tra le 23 tipologie di zona franca, con forti differenze fra loro, quale di questa si adegua ai bisogni della Sardegna?

Il modello Madeiraè pericoloso per il rischio della delocalizzazione industriale vista la smobilitazione in corso di circa mille aziende. Per non parlare della prima zona franca in India, dove il modello di sviluppo funzionale al mercato globale, ha creato povertà e repressione politica e militare. L’esperienza della Canarie è fallimentare e oggi regna il caos. Lo stesso parlamento spagnolo sta vagliando nuovi piani per contrastare la grande povertà emergente in quelle zone. Vogliamo parlare di Cipro? Oppure del Porto di Salonico in Grecia?

A differenza di Livigno, il mercato in Sardegna è chiuso quindi la riduzione dei costi della benzina tanto propagandato è una falsa illusione: vedi il numero delle auto. Sarebbe solo una giusta microeconomia di base. Nell’Isola nessuno verrebbe a fare il pieno di benzina a differenza di Livigno.

L’Import e l’Export è un problema delle Multinazionali e non nostra, perché dovremo difenderlo? In un’ottica di Sovranità, di Autogoverno e di Indipendenza, perché dovremo difendere l’Europa che ci attanaglia, per non parlare dei suoi modelli di sviluppo industriale che purtroppo ben conosciamo? Il fatto che la Merkel abbia scoperto all’improvviso che bisogna aiutare l’economia sarda, come minimo ci deve insospettire. L’aiuto tedesco l’abbiamo già avuto e si chiama E.ON.

Se è vero che le imprese sarde investono e spendono in Sardegna, chi controlla che le Grandi Compagnie non investano fuori usando solo la manodopera sarda sottopagata?

Un buon Presidente, a prescindere dalle campagne elettorali, avrebbe dovuto fare sul serio uno studio economico sulla situazione sarda per stabilire l’applicabilità della zona franca, i suoi costi e i suoi benefici.

Claudia Zuncheddu

 

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